Fin dai tempi antichi, l’uomo ha avvertito la necessità di migliorare le prestazioni fisiche nelle varie espressioni della psicomotricità. Poco prima della battaglia delle Termopili (480 A.C.) re Serse incaricò i suoi esploratori di recarsi di nascosto nell’accampamento degli spartani al fine di spiarne le mosse.

Agli antichi greci dobbiamo il principio che recita come per accrescere la propria forza sia necessario manipolare il sovraccarico, incrementandolo progressivamente. La massima espressione del fisico “ideale” fa ancora oggi riferimento alle statue greche.

Nelle terme e nelle ville romane sono stati rinvenuti mosaici raffiguranti diversi soggetti (anche donne), impegnati nell’allenamento contro resistenza, a testimonianza della diffusione di tale pratica nella quotidianità.
I gladiatori che si misuravano negli anfiteatri, passavano le loro giornate dedicandosi all’allenamento di forza e destrezza, unitamente a quello volto al perfezionamento delle tecniche di combattimento.
Nel medioevo, gran parte dell’addestramento degli aspiranti cavalieri era basato su esercizi a corpo libero e con sovraccarichi.
Nei secoli, si sono poi sviluppate diverse tecniche e discipline, dalla ginnastica artistica al sollevamento pesi, all’esercizio calistenico, fino ad arrivare al secolo scorso, che ha visto il proliferare di attrezzature per l’allenamento isotonico e ha decretato l’esplosione di una serie di nuove tecnologie.
A seguito dei protocolli di potenziamento sviluppati con tali attrezzature, sono stati rilevati alcuni stati di squilibrio nello sviluppo muscolare tra i distretti agonisti, antagonisti, fissatori e stabilizzatori dell’articolazione (o delle articolazioni), interessate da un determinato movimento.
È stato altresì evidenziato un allungamento delle tempistiche di “trasformazione” delle sessioni d’allenamento della forza, fatto dovuto al presupposto che tali allenamenti erano stati essenzialmente concepiti per il muscolo e non per il movimento.
Ecco che è nata così la necessità di ricollegare l’allenamento muscolare alla corretta cinematica del gesto.
Il controllo motorio è parte di un complesso sistema fisiologico con primo attore il SNC, che organizza regola e controlla il movimento, nella sua interezza. Il SNC diviene efficiente in presenza di una mobilità controllata e di una stabilità dinamica; riconosce i movimenti, non i muscoli e non permette un movimento che non può controllare.

Ciò ci deve perciò insegnare che il nostro sistema nervoso è, nel suo complesso, ottimizzato per gestire dei “gesti”, ovvero movimenti frutto di un’intenzione e perciò finalizzati al conseguimento di un risultato.
L’allenamento funzionale risponde alla necessità di sfruttare appieno i guadagni ottenuti in termini di forza muscolare mediante miglioramento della coordinazione interdistrettuale, mediante esercitazioni complesse che impegnino attività tonico posturale, equilibrio e movimento applicabili a tutte le età.
Questa precisazione si rende necessaria in quanto un protocollo di allenamento funzionale che non tragga spunto da un’attenta valutazione dei sistemi di controllo di postura, equilibrio e movimento sarebbe, di fatto, un viaggio senza meta, dove, in caso di un’alterata funzione del sistema tonico posturale, non sarebbe possibile allenare (e quindi migliorare) un gesto, ma, al contrario, si andrebbe ad allenare un gesto “compensato” (quindi sbagliato), con tutte le conseguenze del caso (minore efficacia terminale, rischi di fenomeni da sovraccarico, ecc…).
Il concetto di regioni interdipendenti si riferisce al concetto che limitazioni funzionali, apparentemente estranee, in zone anatomiche remote, possano contribuire o essere associate con il disturbo primario del paziente
Da un punto di vista neurofisiologico, l’allenamento funzionale è tutt’altro che una banalità
L’Allenamento Funzionale consiste nel somministrare al corpo stressor che vadano ad incrementare i diversi parametri fisiologici, non colpendo il sistema da un unico “lato”, ma facendo arrivare stimoli complessi a cascata.

Lo scopo dell’allenamento non è quello di allenare il singolo muscolo o la singola caratteristica (forza, resistenza, mobilità articolare, ecc.), ma movimenti complessi che includono in sé molteplici abilità. Dunque, secondo il functional training bisogna ragionare in termini di movimento del corpo, di catene cinetiche e questo significa focalizzarsi sul far lavorare i vari muscoli in sincronia.
Nella realtà l’attrezzatura può essere molto semplice o complessa, perchè comprende tutto ciò che ci permette di individualizzare l’esercizio e renderlo funzionale all’obiettivo nel rispetto della biomeccanica, anatomia e fisiologia del soggetto. La fantasia in questo caso la fa da padrona!
Ritengo tutti gli attrezzi semplici e complessi, di fortuna e fantasia adatti all’allenamento funzionale a seconda del soggetto considerato. Possiamo quindi dire che è la corretta applicazione che determina la loro collocazione nel functional training .
Anatomia, fisiologia, biomeccanica e tecniche di utilizzo forniscono una seria preparazione all’allenamento funzionale.
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