Operatori Sanitari e stress da Covid-19

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In questo periodo di pandemia lo stress è ubiquitario

Ovviamente in questo drammatico periodo tutta la popolazione mondiale sta facendo i conti con livelli di stress eccezionali, a causa dei danni del Covid-19. Anche delle tempistiche con le quali è stato affrontato e del tenore e qualità delle informazioni propalate dai media, tali da aver dato luogo ad una vera e propria infodemia, tanto per non essere da meno della pandemia stessa!

Altrettanto ovviamente, medici, infermieri e lavoratori del settore in genere stanno pagando un conto ancora più salato, anche perché i (pochi) servizi di aiuto psicologico non sono, generalmente, rivolti a loro. A parte le facili previsioni, la questione è stata già affrontata dal punto di vista scientifico, come possiamo leggere in uno studio recentissimo (Factors Associated With Mental Health Outcomes Among Health Care Workers Exposed to Coronavirus Disease-23 Marzo 2020) effettuato da un gruppo di psichiatri cinesi in varie zone della Cina (in 34 ospedali, 20 dei quali a Wuhan).

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Credits MDLinx

Elevati livelli di stress da sovraccarico

I ricercatori ipotizzano presumibili elevati livelli di stress a causa del numero sempre crescente di casi sospetti, del sovraccarico di lavoro, dell’esaurimento delle attrezzature di protezione personale (quando ci sono…), dell’errata comunicazione mediatica (e aggiungo io istituzionale), della mancanza di farmaci specifici, e della sensazione generalizzata di essere insufficientemente supportati.

Poi, citano anche una serie di lavori effettuati durante lo scoppio della Sars nel 2003 (uno dei 7 sierotipi di coronavirus ad oggi conosciuti, con un tasso di letalità superiore al Covid-19, ma una minore rapidità di diffusione, stabilita tramite un indicatore definito R0), nei quali si elencava il timore dei sanitari di contrarre il virus data la lunga esposizione e le scarse protezioni, la paura di contagiare colleghi, amici, famiglia, incertezza sulle pratiche da seguire, la stigmatizzazione perché sospettati di poter essere degli “untori”.

Credits NBC News

Un diffuso senso di rassegnazione permea i sanitari durante i periodi epidemici

Tutte cose che avevano portato una riluttanza a recarsi al lavoro, un diffuso senso di rassegnazione e ad elevati livelli di stress, ansia e depressione, forieri di future implicazioni psicologiche a lungo termine.

I test utilizzati sono stati:

1 – Patient Health Questionnaire (PHQ-9)

2 – Generalized Anxiety Disorder Scale (GAD-7)

3 – Insomnia Severity Index (ISI)

4 – Impact of Event Scale–Revised (IES-R)

per valutare rispettivamente la magnitudo dei sintomi di depressioni, ansia, insonnia e stress post-traumatico.

Hanno risposto oltre 1200 tra medici e infermieri (in una proporzione di 40/60%), prevalentemente di sesso femminile ed oltre il 70% ha riportato di soffrire di sintomi psicologici: oltre il 50% ha riferito depressione, ansia (~45,0%), insonnia (34.0%), e appunto stress generalizzato (71.5%).

Credits American Medical Association

La comparazione con un’altra ricerca

Gli autori fanno notare come queste percentuali siano inferiori a quelle riportate da una ricerca effettuata ad Hong Kong nel 2004, dopo la fine della succitata SARS (89%), ma sono anche lesti a sottolineare come i dati di questo studio siano relativi al periodo iniziale dell’epidemia Covid-19 (fine gennaio 2020/3 febbraio 2020) e quindi suscettibili di peggioramento con il passare del tempo e il conseguenziale aggravamento della situazione (come è poi puntualmente successo, anche nel resto del mondo).

Naturalmente, i risultati di questo studio non sono perfettamente sovrapponibili a quelli che si sarebbero potuti ottenere da uno effettuato in Europa, a causa delle differenze socio-culturali che ci separano dall’Oriente, e anche per la preponderanza di soggetti di sesso femminile tra i non-medici (90%) e in minor misura anche tra i medici (a Wuhan 80%), in parte giustificati da una elevata percentuale di under 40, fattore che anche in Italia fa pendere la bilancia, almeno per i medici, verso le donne.

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Credits Medscape

Non dimentichiamo gli aspetti che potrebbero essere simili fra le due popolazioni, Whuan e Italia

Infatti, gli operatori della zona più interessata da quella che sarebbe poco dopo diventata una pandemia (Wuhan, appunto) hanno evidenziato le percentuali più elevate di problematiche (con una significatività statistica di p< .001) rispetto alle altre zone della Cina, pure se operanti nella regione, Hubei (peraltro essa stessa 6 volte la Lombardia), della quale Wuhan è capoluogo: questo potrebbe riflettersi nella situazione dei nostri operatori lombardi (specie a Codogno, Brescia e altre zone rosse) e, parzialmente, veneti ed emiliano-romagnoli.

Il messaggio che possiamo trarre da questo tempestivo studio è quello di non dimenticarsi (anche) di occuparsi dell’aspetto psicologico di tutti gli operatori della salute coinvolti in primo piano in questa tragedia e cercare di implementare per loro qualche servizio dedicato.

Senza però scordarsi di fornire loro i DPI (dispositivi di protezione individuale) necessari a fermare la falcidia che li ha colpiti sino ad ora: anche se non è il tempo delle polemiche (ancora), le procedure che ho potuto leggere affrontando due corsi FAD dell’Istituto Superiore di Sanità (21 ore totali) erano ben definite da tempo e note alle Istituzioni preposte ad affrontare le possibili epidemie (Ministero della Salute, ISS, Protezione Civile e altri centri sanitari a vari livelli).

Non si comprende come sia stato possibile farsi trovare così impreparati, anche senza tenere conto dell’iniziale sottovalutazione della gravità del problema. E appunto proprio il personale sanitario a tutti i livelli è quello che ne ha più sofferto e, senza contare lo specifico tributo pagato, la loro (ulteriore) carenza rende ancora più problematica la cura dei tanti contagiati.

 

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