L’interesse crescente della comunità scientifica per la cannabis terapeutica

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Sempre più studi ne sottolineano le qualità in ambito medico

Si sta sempre più affermando la percezione che gli americani più anziani siano la popolazione di consumatori di cannabis medicale (concentrato terapeutico in olio evo) a maggior rapida crescita.

Un numero sempre crescente di “senior” cerca scampo dalla cosiddetta polifarmacia , che è il risultato di cinque o forse ancor più numerosi e costosi farmaci che vengono assunti quotidianamente, diminuendo la qualità della vita.

Lo stato di Israele è stato pioniere della ricerca nel campo della cannabis medica. Gli studi compiuti durante gli anni ’60 e ’70 portarono al riconoscimento di quello che ora è comunemente noto come sistema endocannabinoide, tipico dei mammiferi.

Come nacque la ricerca sui cannabinoidi

Tutto è iniziato nel 1964, quando il ricercatore israeliano Raphael Mechoulam ha isolato il cannabinoide THC come il più importante fattore farmacologico presente nella cannabis. Successivamente è stato scoperto e isolato il CBD (cannabidiolo), cannabinoide secondario attivo sul sistema endocannabinoide.

Uno studio epidemiologico israeliano del marzo 2018 è stato pubblicato dall’European Journal of Internal Medicine per determinare la sicurezza e l’efficacia del rapido aumento dell’uso di cannabis tra gli anziani.

Sono stati intervistati 2.736 pazienti di età superiore ai 65 anni che utilizzavano cannabis come trattamento medico da gennaio 2015 a ottobre 2017.

Ecco i punti salienti dello studio

1. L’indicazione più comune per l’assunzione di cannabis negli anziani era il dolore da patologia neoplastica;

2. Dopo sei mesi di trattamento con cannabis, il 93,7% dei soggetti ha riferito un miglioramento delle loro condizioni;

3. Dopo sei mesi di trattamento, il numero di cadute accidentali segnalate è stato significativamente ridotto;

4. La cannabis medica ha ridotto l’uso di medicinali soggetti a prescrizione, inclusi gli oppioidi;

5. Lo studio rileva che l’uso terapeutico della cannabis è sicuro ed efficace nella popolazione anziana. L’uso di cannabis può ridurre l’uso di altri medicinali oppioidi.

Gli effetti antidepressivi del cannabidiolo

Vari gradi di depressione psichica si verificano tra gli anziani. Molti iniziano a scivolare nella sindrome a seguito di problemi di salute debilitanti che vivono senza speranza. Gran parte delle guarigioni di questi problemi coinvolge il proprio stato emotivo.

Ci sono testimonianze aneddotiche sul superamento della depressione con cannabidiolo. Uno studio finalizzato alla determinazione della meccanica o le permutazioni biochimiche degli effetti anti-depressivi del CBD, è stato intrapreso da centri di ricerca brasiliani e danesi.

Il cannabidiolo induce effetti simili a quelli degli antidepressivi rapidi, sostenuti attraverso l’aumento della segnalazione e della sinaptogenesi operata dal BDNF (fattore neurotrofico cerebrale) nella corteccia prefrontale.

Cannabis terapeutica contro le dipendenze da oppioidi

La cannabis arriva anche in soccorso delle dipendenze da oppioidi, che sono aumentate tra le persone sopra i 50 anni, spesso a seguito di interventi chirurgici osteoarticolari.

La natura inequivocabile dei dati clinici e il relativo profilo di sicurezza della cannabis giustificano un’ulteriore esplorazione della pianta come trattamento ausiliario o alternativo per l’OUD (disturbo da uso di oppioidi).

La prescrizione di oppioidi basata sull’evidenza e le pratiche di raccomandazione della cannabis sono una componente fondamentale della formazione continua in medicina.

Gli articoli citati si riferiscono al 2018 e 2019.

 

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Photo credits ilfattoquotidiano.it

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Sergio Resta

Sergio Resta

Si laurea a 23 anni in Medicina e Chirurgia (cum laude) e all'età di 28 anni è specialista in Chirurgia Generale (cum laude) presso l'Università degli ..