Dentro il corpo di un obeso

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Un percorso introspettivo per comprenderne le ragioni

Abbiamo imparato dall’esperienza che ogni uomo trova maggiore piacere e maggiore stimolo in ciò che riesce a scoprire dentro di sé. Sarà pertanto sufficiente indicare, con un dito, come la vena aurifera del giacimento e lasciare poi che ciascuno cominci a scavare da sé.

Meissner, 1992, p. 335

Quadro del pittore guatemalteco Rogelio Barillas

Ciccioni!

Ciccioni! È una parola che suscita un sentimento complesso: è una volgare verità, ma anche il “grido di battaglia” di un certo professionista del dimagrimento che, senza alcun pedigree scientifico, riferisce ai propri clienti.

Ciccioni! È una parola classica e contraddittoria: se la riferisce la persona obesa a se stessa non è offensiva, ma ha lo scopo di configurare esattamente e sinteticamente la propria condizione. Se la si utilizza per riferirsi ad una persona in sovrappeso diventa discriminatoria, rozza e oltraggiosa.

Ciccioni! Trovo strano che, con questo termine, si definiscano le persone obese, anche se da una parte ci vogliono i modi adeguati per rapportarsi a circostanze delicate, come l’obesità, dall’altra è l’archetipo delle ricerche che si riferiscono all’immaginario collettivo di questa condizione corporea.

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Cosa vediamo nel corpo-obeso?

Cosa vediamo quando osserviamo un obeso? Quale logica, quali comportamenti, metterà in pratica nella creazione del proprio corpo? Quel corpo strano, deforme e innaturale.

Potremmo pensare: «Causa del suo male pianga se stesso», una massima nella quale l’intero apparato cristiano è imperniato: la colpa è tua, solo tua. E’ il concetto di peccatore, sempre e ovunque. La stessa concezione che, da un lato incentiva alla responsabilità delle nostre azioni, ma dall’altra riferisce che il destino è stabilito da Dio.

Una logica che ritroviamo anche nella nostra quotidianità quando si pensa che l’obesità sia una circostanza genetica, ovvero che stabilisce la nostra esistenza.

Il giudizio divino è, in altri termini, il “nostro” giudizio sugli specchi della società che con occhio clinico scruta e sentenzia ogni azione. Un giudizio codificato su specifiche norme e con un finale che non consente sfumature o ambigue motivazioni, è il peccato di gola: “se mangi troppo è colpa tua”.

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L’unica strategia è il controllo del corpo, sempre e ovunque

Il giudizio divino è nell’attuale modello “fisico” che dipinge l’obeso al cospetto di una rappresentazione quasi selvaggia: una persona che mostra grandi denti dietro due labbroni sgraziati nel godimento alimentare assoluto e incestuoso consumato nel proprio spazio di pigrizia immobile (Lombardo, 2015).

Così, caricato di disprezzo, si crede che, vigliaccamente, egli si pieghi alla volontà del cibo e all’eccesso pulsionale che lo abita. Debolezza, stupidità, sporcizia, inferiorità e mancanza di autocontrollo sono tutti tratti psicologici con cui viene etichettato.

Da una parte, quindi, l’obesità emerge anche come “malattia della cultura”. Dall’altra, la nostra società fabbrica sempre più obesi, ma li tollera male (De Cristofaro, 2002; Lombardo, 2017).

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La prospettiva di un obeso

Adesso, per qualche istante, immaginate di dover sostenere un esame per una disciplina nella quale siete negati, per esempio… la matematica!

Pensate alla sensazione di totale smarrimento e scoraggiamento di dover fare esercizi su esercizi in cui almeno il 60% delle volte non riuscite a portare a termine.

Immaginate che il superamento di questo esame diventi tra le priorità della società e il metro con cui misurate la vostra autostima.

Amplificate questa sensazione di fallimento e… tenetela dentro voi anche per i prossimi paragrafi!

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Un esperimento che aiuta a capire

Adesso immaginate di entrare nel corpo di un obeso, cercate di avvertire la sensazione claustrofobica di essere seppellito vivo in milioni di cellule di grasso pronte ad ingoiare anche la vostra autostima. Qualsiasi tentativo che mettete in atto prevede un miserabile fallimento… alla stregua degli esercizi di matematica!

In questi casi non potremmo di certo affermare che ci manchi consapevolezza e neanche sostenere, in modo apparentemente umile (ma di fatto arrogante) di “amarci poco”.

Si può notare, ad esempio, poco amor proprio in uno studente che viene rimandato due o tre volte all’esame di matematica? Eppure, il superamento di quell’esame è tra le sue priorità di vita, è l’aspettativa della famiglia e della società in base all’identità del soggetto (lo studente) e al modello da seguire (essere un bravo studente). Si potrebbe sostenere che questi sia sempre svogliato, negato e incompetente?

Bene, l’obeso cronico di per sé è negato a dimagrire e si trova in una società in cui le aspettative sono relegate ad un modello fisico. Dall’obeso, ci aspettiamo che dimagrisca e che applichi un impegno che noi stessi non saremmo in grado di adottare per migliorare i nostri “punti ombra”, come un esame di matematica!

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Conclusione

Ogni causa è l’effetto del suo proprio effetto.

Ibn’ Arabi

Il processo creativo e di pianificazione è legato a un’emozione. La freddezza di numeri freddi e squadrati della matematica non fa “ribollire” la biochimica dello studente che attua una strategia non adeguata in base al proprio obiettivo (il superamento dell’esame) così come nell’obeso in relazione alla dieta: è l’uroboro del fallimento.

La causa (motivazione e obiettivo a dover superare l’esame o a seguire una dieta) è l’effetto (fallimento) del suo proprio effetto (il fallimento genera altro fallimento spostando i suoi effetti deleteri sulla causa).

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Tuttavia, ci sono altre variabili che approfondiremo nei successivi articoli. Al momento necessita sapere che, da un lato, molti professionisti del dimagrimento che basano tutto o molto sulla motivazione o sulle mancanze conoscitive del cliente, sbagliano. Moltissimi obesi di alimentazione ne sanno più di molti normopeso dato che, per necessità evidenti, hanno provato svariati dietologi e nutrizionisti, ma non sono riusciti a scoprire qualcosa dentro loro stessi, che non si chiama “amor proprio” o “motivazione” bensì “competenza” (skills) e identità (autentica).

Dall’altro lato, oggigiorno continua a predominare in modo prepotente la concezione dietologica, che indaga l’identità della patologia (rispondendo alla domanda cos’è l’obesità) non chiedendo la partecipazione di quella psicologica (che esplora l’identità dell’individuo portatore della patologia domandandosi chi sia il soggetto obeso). Sembra che, negli ultimi anni, nella nuova generazione di dietologi/nutrizionisti qualcosa stia cambiando!

Staremo a vedere!

 

Bibliografia

Claudio Lombardo, Al di là del corpo. La psicologia delle modificazioni corporee. (Libro in costruzione).

Claudio Lombardo, Dal mondo del sovrappeso all’universo dell’obesità, Kimerik, 2017.

Meissner w.w., s.j., Ignatius of Loyola: the psychology of a Saint, Yale University Press, New Haven, Connecticut, 1992.

De Cristofaro, Paolo, Basi metodologiche dell’approccio psico-nutrizionale. SEE Editrice Firenze, 2002.

 

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