Perché lo stress fa ammalare?

Scritto da
Monica Bossi

Discipline antiche, e puramente empiriche come la medicina Ayurvedica e la Medicina Tradizionale Cinese, ci insegnavano già moltissimo tempo fa che a seconda di come viviamo condizioniamo il nostro invecchiamento in termini di salute, o di malattia. In epoche più recenti, i moderni studi fatti su popolazioni conosciute per le loro caratteristiche di longevità, ci permettevano di porre le basi dell’Epigenetica, ossia la scienza che studia come, sulla base di un bagaglio genetico ben definito, la possibilità che nel corso della vita si accenda o si spenga un interruttore specifico corrispondente allo sviluppo di una determinata malattia (e definito da una sequenza specifica di geni sul nostro DNA), dipende dall’ambiente che ci circonda. Scoprivamo cioè che a Okinawa in Giappone, Ikaria in Grecia, a Loma Linda in California, nella Penisola di Nicoya in Costa Rica e nella nostra Barbagia in Sardegna, non solo si viveva più a lungo ma, soprattutto, meglio, mettendo in atto modalità del vivere comprensive di una gestione delle emozioni ed alimentazione e attività fisica di un certo tipo.

La moderna gerontologia definiva l’invecchiamento di successo, come l’ottenimento di un equilibrio tra le funzioni non solo fisiche, ma anche cognitive e conseguentemente sociali (Rowe J.W.Kahn RL; Sucessfull Aging gerentologist.37(4):433-40,1997). In tutti gli studi fatti, le informazioni ottenute ci spiegano cioè come il nostro modo di vivere condiziona il nostro modo di invecchiare: non solo in termini di durata della vita, ma anche e soprattutto in qualità. A chi importerebbe, scegliere di vivere a lungo, ma in una condizione di invalidità motoria legata a complicanze di un’osteoporosi più o meno precoce o di fatti infiammatori articolari.

O, ancora, in una situazione di deficit cognitivi (per qualche tipo di demenza) o neurologici (conseguenti a fattori infiammatori o degenerativi), che ne condizionerebbero la qualità della vita al punto da renderci non autonomi, non autosufficienti, e pertanto fragili oltre che alienati dalla società? Per citare Woody Allen, “non è importante vivere un giorno in più se quel giorno piove”. È degli ultimi decenni la conoscenza che i fattori “ambientali”, ossia esterni al nostro DNA, possono contribuire a favorire i processi sopra esposti (assieme ad altri di carattere degenerativo, per esempio) o meno, attraverso, in ultima analisi, un iniziale sovvertimento dell’equilibrio esistente tra i sistemi che regolano l’omeostasi (ossia l’ordine, lo spazio omeodinamico di adattamento fisiologico evolutivo dell’organismo umano all’ambiente che lo circonda).

La ”percezione” (ad opera della centralina Ipotalamica) infatti, e la conseguente reazione del nostro organismo a un evento esterno (sia questo di tipo virale, che tossico, che radioattivo, che emozionale o alimentare), induce una reazione di risposta allo stesso, finalizzata alla nostra sopravvivenza in primis, e conseguentemente all’adattamento evolutivo. Spostando quell’equilibrio garantito dalla fluida e perfetta comunicazione tra i sistemi ormonali tutti (surrenalico in primis, ma anche tiroideo e ghiandolare sessuale), che fa capo esso stesso ad efficaci risposte vascolari e metaboliche, che ci permettono di reagire, risolvere, adattarci per evolvere.

Quando però i fattori di sovvertimento sono troppo forti o troppo persistenti o, per contro, è il nostro organismo in quel momento ad essere già al limite delle sue risorse, tale reazione potrà essere sì di adattamento, ma verso un livello (carico allostatico) troppo diverso rispetto al nostro equilibrio iniziale, o troppo “sbagliato”, ossia involvente verso la malattia. Quanto spiegato rappresenta lo Stress, corrispondente a una già avvenuta alterazione del nostro equilibrio salute, verso una modalità che potrà essere benefica nello stress acuto (e di protezione per noi), o deleteria nello stress cronico (e di degenerazione), attraverso la liberazione di una cascata (di origine ipofisaria) di ormoni, neurotrasmettitori, citochine immunitarie e altre molecole, che non solo regolano il metabolismo basale, la risposta immunitaria e infiammatoria in senso lato, ma anche lo stesso “dialogo reciproco” tra i sistemi suddetti.

Sullo stesso principio però si è visto che, sebbene lo stress sia una reazione “istintiva” e primordiale di risposta del tipo “tutto o nulla” (nello stress acuto) o subdola e silente (nello stress cronico), diversi stimoli sono in grado di agire su questa risposta, nello stesso modo inconscio (ossia non razionale), e pertanto non elaborato, non “filtrato” da strutture corticali che ne rappresenterebbero un freno o una alterazione (o stimolo “Pneico” di riequilibrio dei sistemi Psicologico, Neurologico, Emotivo e Immunitario).

È così che la meditazione, un determinato tipo di attività fisica, tecniche di percezione corporea e di respirazione, alcune terapie (farmacologiche o non farmacologiche), e l’alimentazione stessa (comprensiva dell’utilizzo di sostanze derivate dall’alimento stesso o da una sua parte), sono in grado di sovvertire questo momento di stress, riportando il soggetto all’equilibrio. Vedremo, negli articoli che seguiranno, quali sono i fattori più comunemente o subdolamente noti ad innescare il meccanismo di stress cronico (alimentari, emozionali, infiammatori da malattia già presente e altri), i loro effetti e le strategie di intervento. Scoprendo come, per esempio, lo stress diventa Infiammazione Cronica Silente a Basso Grado (sistemica e neurologica), e come uno stato pre-esistente di infiammazione (ad esempio ovarica), diventa fattore di stimolo della cascata ormonale dello stress.

 

[Ph. Credit psychologytoday]

 

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