Deontologia del Coaching

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Come coach mi sono sentita spesso fare le seguenti domande, sia da clienti, che da professionisti di altre discipline:
– Come fai a convincere le persone che si rivolgono a te ad effettuare i cambiamenti ? – oppure – Come fai a motivare le persone? –

In realtà questa domanda rivela un’idea diffusa, ma falsata ed erronea del coaching: infatti un buon coach non deve assolutamente convincere, né tanto meno obbligare nessuno a fare qualcosa; d’altro canto anche il concetto chiave di motivazione va inteso nella giusta accezione.

Il cambiamento può e deve avvenire se, e solo se, è la persona stessa (definita “coachee”) che lo richiede e lo desidera: noi potremo spiegare tutti i benefici derivanti dal modificare la propria alimentazione, la propria attività fisica, un qualsiasi pattern comportamentale, ma se la persona non è realmente ed interiormente spinta al cambiamento, questo resterà lettera morta.

Per non parlare dei “benefici secondari” nascosti, che la persona potrebbe avere nel perpetuare un comportamento scorretto o dannoso, ma che ha una precisa logica nel suo equilibrio psicologico interiore, in un gioco inconscio ormai automatizzato.
Questo fa immediatamente comprendere che noi non possiamo convincere o obbligare “da fuori “, né con imposizioni, né fornendo la nostra soluzione al problema, né esprimendo giudizi personali. E fa altresì comprendere che non si possono motivare le persone, che non esistono i “motivatori”, perché le radici della motivazione sono squisitamente personali ed interiori, non possono essere “iniettatate” dall’esterno; che qualsiasi motivazione appiccicataci addosso da qualcun’altro non sarà realmente efficace, perché priva della potenza travolgente della motivazione veramente nostra, desiderata con tutto il nostro essere.

Non è quindi eticamente accettabile che un professionista abbia atteggiamenti da “imbonitore “, che solleciti con forza (e talvolta prepotenza) un determinato tipo di azione, magari attribuendo epiteti o etichette che stigmatizzino caratteristiche o comportamenti, giustificando tutto ciò con l’intento di “spingere” le persone al cambiamento o scuoterle da situazioni di stallo.

Il coach ha il compito di accompagnare la persona alla scoperta delle proprie risorse interiori, grazie alle quali elaborerà la soluzione più adatta a sé, la “propria” soluzione, la “propria via”.

Più spesso di quanto crediamo, le persone procedono nella vita perseguendo motivazioni non proprie, “ereditate” da genitori, parenti, coniugi , gruppo dei pari; più spesso di quanto crediamo, le persone sapranno rispondere subito riguardo a “cosa non vogliono”, ma esiteranno nell’esprimere “cosa davvero vogliono” o “cosa realmente pensano di essere in grado di realizzare ed ottenere .”

È essenziale il rispetto e l’incoraggiamento dell’autonomia decisionale del cliente: il coach non ha in alcun modo il compito, né deve arrogarsi il diritto di trovare delle soluzioni preconfezionate al problema della persona.

Il compito è quello di affiancare il coachee, facendo sì che egli possa ampliare la propria consapevolezza e capacità di autoanalisi su determinati meccanismi comportamentali, di pensiero, di emozione, sensazioni cinestesiche, di dialogo interiore,riattivando la propria mente strategica, per creare nuovi scenari di futuro auspicato.
Il lavoro va condotto esplorando insieme tutto gli aspetti della vita della persona: quelli ambientali e di relazione, relativi al contesto in cui vive e lavora, le sue competenze ed abilità, le sue routine di comportamento, le credenze, i valori e tutti gli aspetti della sua identità e della sua “vision” di vita.

Lungo questo cammino, il coach deve sostenere e “sponsorizzare ” (sponsorship ) l’identità del cliente, credendo per primo alle sue possibilità, alle sue potenzialità e risorse interiori, accompagnandolo nel percorso, senza mai sostituirsi a lui nelle scelte, né suggerendogliele; sottolineando e rinforzando i progressi ed i successi e, nel caso di fallimenti, analizzando insieme a lui le cause di errore, aiutandolo a trovare un feedback, da cui possa scaturire un nuovo tentativo volto al successo. Il corretto processo di coaching deve rispettare altro importante requisito essenziale ed imprescindibile: l’assenza di giudizio.

Il coach deve astenersi dall’esprimere giudizi personali sulle scelte e sulla condotta del cliente, sulla riuscita o meno dei suoi tentativi di cambiamento e miglioramento.
Questo è il presupposto fondamentale per far sentire la persona “accolta”, in ogni parte della propria identità : solo rendendola libera dal giudizio, è possibile creare con essa il rapporto essenziale di fiducia e confidenza, che, insieme all’obbligo di riservatezza e privacy che tutelano ogni aspetto del processo, garantiranno al coachee uno spazio tutelato e protetto dove poter operare il cambiamento.

 

[Photo Credits Tony Robbins]

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